SE BRUSA LA VECIA
Una frase questa che nei giorni scorsi è riecheggiata spesso per le nostre contrade.
Ma cosa significa questa cerimonia a noi tanto familiare?
È nella natura umana ricorrere, nei momenti importanti della vita, alla simbologia e al soprannaturale; il rito del “brusa la vecia” rientra appunto in uno di questi momenti.
Gli antic h i, in corrispondenza del capodanno, usavano dare alle fiamme una catasta di fascine alla cui sommità stava un tronco d’albero ornato a festa, il quale simboleggiava l’anno vecc h io c h e se ne andava favorendo l’arrivo dell’anno nuovo.
Perché un albero?
C’è c h i lo h a interpretato come lo spirito della vegetazione nell’ambito dei riti agrari, oppure come un simbolo del sole estivo, altri come una divinità fallica legata ai riti di fertilità infine come la personificazione dell’anima dei morti.
Tuttora in diverse località italiane troviamo usanze analog h e dove l’albero-fantoccio viene bruciato in piazza: porto ad esempio il “pan e vin” nella pianura veneta lungo il Piave al 6 gennaio o “i Carnevai” in alcune zone del Trentino il martedì grasso, il “sega la vecc h ia” a Firenze e a Cremona a metà quaresima;
Quindi una celebrazione del passaggio da un anno all’altro; ma perc h é le diverse tradizioni non la ricordano nello stesso periodo?
Passati gli anni bui dalle invasioni barbaric h e, andò persa la consuetudine di celebrare il capodanno il 1° di gennaio, come prevedeva il calendario romano, accostandola generalmente all’equinozio di primavera, momento della rinascita della terra dopo la pausa invernale e ripresa dei lavori all’aperto.
Alcuni Stati, con l’andare del tempo datavano il capodanno in periodi diversi, molte volte in coincidenza di festività di carattere religioso, onde poter accostare ai riti Cristiani le usanze antic h e e pagane. Troviamo dunque l’inizio dell’anno nel giorno di Natale in Spagna; al 25 marzo, festa dell’Annunciazione, a Firenze; il giorno di Pasqua in Francia; nei regni Bizantini del Sud Italia al 1° di settembre; il 1° di marzo nella Repubblica di Venezia.
La “nostra” vecchia perciò rientra nei riti di passaggio dall’inverno alla buona stagione.
Ma c h i era la “vecchia”?
Tornando alla simbologia, la vecc h ia era un pupazzo di legno c h e spesso teneva tra le mani il fuso e la conocc h ia (da sempre riferimento al tempo c h e scorre) ed era riempita d’uva e di fic h i secc h i, castagne carrube, mele e piccoli regali c h e dispensava ai paesani prima di essere bruciata sul rogo, segno dell’anno vecc h io c h e moriva offrendo i “semi” da cui sarebbe cresciuto l’anno nuovo (da qui l’usanza della lettura del testamento).
La C h iesa però non vedeva di buon occ h io questa manifestazione c h e cadendo spesso nel bel mezzo della Quaresima, sembrava interromperne il carattere purificatorio e penitenziale. Non riuscendo a sradicare quest’usanza pagana cercò di ritualizzarla. Il processo alla vecc h ia divenne il processo alle orge gastronomic h e del Carnevale, e dunque esaltazione della purificazione e dell’astinenza quaresimale; ma anc h e memoria del sicuro destino dell’uomo: la morte. Tornavano quindi all’orecc h io le parole del sacerdote pronunciate nel giorno delle ceneri: memento, h omo, quia pulvis es, et in pulvere revertéris ! Ovvero: “Ricordati, uomo, c h e sei polvere ed in polvere ritornerai”.
Di là dalle interpretazioni moralistic h e il rito del “brusa la vecia”, come quello dell’albero primordiale, era ed è – dove ancora sussiste – una cerimonia di passaggio verso l’equinozio di primavera, verso il nuovo anno. Noi celebriamo, probabilmente senza esserne più coscienti, la morte del vecc h io anno, della Vecc h ia Madre Natura da cui rinascerà la giovinetta Natura, in altre parole l’anno nuovo: simbolo della rinascita spirituale di c h i sa liberarsi della pelle rinascendo “nuovo”.
Marco Brandalise