CIVILTA’ CONTADINA

Almeno fino alla metà del 1900 la maggior risorsa di sostentamento, se non l’unica, per gli abitanti delle nostre contrade era l’agricoltura. Il territorio era sfruttato al millimetro, per ottenere la massima resa possibile dalle coltivazioni o dai pascoli. Nella sola zona di San Vito, come testimoniano numerose foto dell’epoca, gli spazi incolti, o meglio, adibiti a boscaglia erano poc h issimi; si ricavavano aree coltivate a terrazzo (“man” o “maneséle” secondo l’estensione) persino dai pendii più ripidi con l’ausilio di muri costruiti a secco. Questi terrazzamenti si possono scorgere ancora oggi, dal periodo autunnale fino al crescere della vegetazione primaverile, nei versanti di “Campalgiot” e delle “Coste”.

Il bestiame allevato, oltre a latte e carne, forniva specialmente letame (la “grassa”) il quale dopo esser stato conservato per la maggior parte dell’anno nei letamai (leamèr) era portato nei campi prima della semina per fertilizzarli; nei campi più comodi alla strada si portava il letame con la “zilgera”, una specie di lettiga condotta da due persone, ma visto c h e la maggior parte dei campi si trovavano in luog h i distanti e disagiati, l’unico mezzo di trasporto restava la “crìola da grassa”, un basso contenitore in vimini dalla ampia forma cilindrica, portato sulla sc h iena.

Tanta fatica veniva molto spesso ricompensata dall’abbondanza dei raccolti; nell’immediato dopo guerra la sola vendemmia a San Vito arrivava a superare i 1.800 quintali d’uva (principalmente Bacò e Nostrana); calcolando una resa media del 60% possiamo stimare una produzione di vino attorno ai 1.000 ettolitri.

D’altro canto un raccolto scarso significava fame per moltissime famiglie; per questo motivo era naturale confidare anc h e un appoggio religioso cercando, con l’aiuto della preg h iera, di allontanare un’eventuale carestia.

Quando le nuvole minacciavano tempesta il suono delle campane “dal temp” invitava la gente a raccogliersi in orazione per far sì c h e la grandine non compromettesse le piantagioni e di conseguenza i raccolti; nelle case quindi si accendeva una candela, benedetta nel giorno della “Candelora”, e bruciando alcune foglie d’ulivo si recitava la seguente giaculatoria: “Santa Barbara e san Simòn liberéne da sto tòn, liberéne da sta saéta o Santa Barbara benedéta”.

Alcuni momenti particolari durante l’anno erano riservati alla preghiera collettiva per impedire una cattiva annata. Il 25 aprile, giorno di San Marco, si svolgeva la prima “rogazione” o “rogazione maggiore”. In questo particolare giorno, periodo in cui le semine dei prodotti principali tra cui granturco e patate erano già concluse, ci si riuniva in chiesa per poi formare una processione che tra canti e preghiere di benedizione, si snodava fino a raggiungere (nel caso di San Vito) il capitello di San Marco, posto all’estremità del paese e da qui veniva impartita una solenne benedizione a tutti i campi.  La gente del posto tiene a ricordare ancora oggi che in quell’occasione, in alcuni terreni (bustìe) il granturco era già nato ed aveva già due foglie!!!

Più avanti nel tempo, nei tre giorni c h e precedono la solennità dell’Ascensione (la Sensa), si svolgevano invece le rogazioni minori. Anc h e in questo caso si pregava uscendo in processione percorrendo però tragitti diversi: nel primo giorno il corteo compiva un giro attorno alla c h iesa passando vicino al cimitero; nel secondo (sempre nel caso di San Vito) giungendo fino al confine con la parrocc h ia di Fastro, “se ‘ndea a tor el tèrmen”; mentre nel terzo giorno la processione, partendo di buon’ora, attraversava tutti i campi del paese e toccava tutte le contrade, anc h e le più lontane, sostando spesso per benedire le coltivazioni al canto dell’incessante litania “a fulgure et tempestate libera nos Domine”.

Quando invece al sopraggiungere della stagione estiva la calura si faceva opprimente e le precipitazioni cominciavano a scarseggiare era tradizione invocare l’intercessione della Beata Vergine del Pedancino per ottenere il beneficio della pioggia; come culmine della preg h iera ci si recava in pellegrinaggio a piedi al suo santuario di Cismon, “par tor la piova”.

Superstizioni o radicate convinzioni religiose, anc h e questi momenti di incontro tra la gente si sono estinti come la civiltà contadina di allora; esperienze di vita e ricordi c h e riaffiorano in ogni momento della giornata specialmente quando lo sguardo di una persona si volge aldilà della propria finestra di casa vedendo la natura riappropriarsi di tutti quei terreni, un tempo resi fertili e lussureggianti dal lavoro e dal sacrificio di intere generazioni, oggi incolti e deturpati dalla nostra incuria.

Brandalise Marco